Instabili trame

Questo racconto fa parte dell’antologia ALICE, BARBARIGO E TUTTI GLI ALTRI

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Accadde dunque che, durante l’effimero regno dell’imperatore Teocrito, Tullio, giovane tribuno della famiglia Eridania, si accasciò al suolo sulla passeggiata di Crotone senza una ragione apparente. Dopo alcune ore di penoso contendere e di incosciente agonia gli Dei gli rapirono l’anima che ormai da tempo andavano reclamando. Ma poiché in tutte le epoche sono sempre esistiti uomini scettici riguardo alle divinità avvenne che i parenti del tribuno ordinarono ai loro uomini di compiere alcune ricerche. Il primo risultato di queste indagini e nello stesso tempo il loro punto di partenza fu chiaro per tutti quando il giorno successivo Glauco l’avvelenatore, il maestoso liberto negro, fu ritrovato nel suo laboratorio torturato e con la gola tagliata. Il liberto, doveva aver confessato perché una di quelle sere una dozzina di uomini della famiglia Eridania guidati dal fratello del defunto assalirono armati di pesanti bastoni Erminio Ducas e i suoi due uomini di scorta e malgrado la loro disperata difesa con i coltelli e la tentata fuga li massacrarono orribilmente.

Tutta la faida che seguì tra queste due illustri famiglie patrizie è mirabilmente raccontata dal grande Jorge Luis Borges in una novella della “Storia universale dell’infamia” nella quale egli afferma essersi rifatto ad attendibili fonti romane quantunque io sospetti che egli si sia servito solo della sua fantasiosa mente.

L’imperatore Gaio, che aveva comprato dai pretoriani il regno e la vita del suo predecessore, decise di porre fine a questi fatti di sangue e incaricò il console Severio di condurre la sua legione a Crotone e di pacificare le due famiglie ovvero di estinguerle, a sua discrezione. Uno dei centurioni di Severio era il nobile Fabrizio, giovane di profonda cultura e di grande sfortuna. Sotto Aurelio la sua famiglia infatti era stata proscritta e tutti i beni confiscati. Fabrizio, ridotto in miseria, aveva deciso di intraprendere l’unica carriera nella quale far valere il proprio patriziato e dunque era entrato nella legione. Qualche residua amicizia fece sì che, benché di stirpe in disgrazia, gli venisse concesso il comando di una centuria.

I legionari di Severio erano uomini forti: Germani dai baffi spioventi, Iberici dalla fronte cupa e Goti scorbutici e ribelli. Tutta gente, pensava Fabrizio, che avrebbe travolto qualsiasi legione italica o franca e che combatteva per Roma, o meglio per il console Severio, solo per uno strano capriccio della sorte. I soldati erano contenti, presentendo il massacro, e speravano che Severio non appoggiasse una fazione, ma le distruggesse entrambe per poter raddoppiare saccheggi e violenze. Nel sentirli così parlare, nel vederli così allegri di liquori, di morte e di sesso, Fabrizio sentì crescere dentro di sé sgomento e timore. La certezza della sua diversità e forse il segreto terrore di essere travolto, superato, magari ucciso dai suoi cento uomini scatenati una notte lo risolsero a fuggirsene dal campo addormentato. Dopo miglia e miglia di canneti oscuri il candore dell’alba lo sorprese ansimante ed affranto vicino ai resti di un gran rogo sul quale aleggiavano pianto e desolazione. Fabrizio si avvicino e notò tre uomini ed un ragazzo che vegliavano sui corpi degli altri membri della loro famiglia. Solo allora il romano comprese che si trattava dei relitti di uno dei tanti saccheggi commessi dalla sua legione e si fermò turbato nella corte della fattoria devastata. I quattro contadini infine lo scorsero e per qualche istante il timore per quel centurione romano, terribile macchina da guerra, li trattenne, poi fu un assalto disperato e vendicativo, con legni e forconi, una lotta senza storia.

La daga di Fabrizio spacciò i tre uomini e graziò il ragazzo che si perse rapido nel bosco. Il nobile romano, stanco di sudore e di sangue, nauseato di tutti e del tutto gettò via le sue armi, fece un bagno purificatore nel vicino ruscello e si addormentò esausto all’ombra pregando gli dei per la sua sorte. La sua stessa spada lo decapitò nel sonno maneggiata con fatica atroce e metodica dal ragazzo di campagna. Fabrizio fu il suo primo ucciso e non sarebbe stato l’ultimo. L’orfano fuggì veloce verso le colline con la magnifica daga cesellata, splendente d’acciaio.

Passano gli anni ed il ragazzo diviene un uomo e riceve un nome destinato alla fama; perlomeno quella effimera della sua regione e del suo secolo, Fazio il brigante. Egli costruisce il suo potere e la sua gloria su quella spada inseparabile, sulla sua forza ed il coraggio, su quel furore prudente col quale massacra e si sottrae ai soldati dell’Impero. Prosegue la sua opera per anni radunando torme di accoliti, taglieggiando i suoi conterranei opachi e stanchi, somministrando atrocità secondo il normale uso dei tempi, esorcizzando la daga dal sangue dei suoi congiunti col semplice immergerla in innumerevoli altri petti. Infine il peccato di orgoglio: la presunzione di attaccare Locri, il momentaneo successo ed il saccheggio della città che distrugge le odiate case patrizie e con imparziale crudeltà incendia i quartieri popolari. Dopo tre anni di fughe le vendicative legioni imperiali circondano i briganti. Fazio il Grande viene squartato da quattro cavalli bianchi, i suoi compagni crocifissi su ettari di olivi, la spada viene fusa nella piazza principale di Locri ed il metallo bollente e adulterato con sabbia è disperso in mare. Alla cerimonia è tornato ad assistere Muzio Corvino, l’inconsolabile, uomo dallo sguardo triste e dai capelli precocemente incanutiti. La folla se lo indica mentre passa. Tutta la sua famiglia e le sue proprietà cittadine erano bruciate nel sacco di tre anni prima. Questo lo aveva risolto a fuggirsene da Locri, opprimente di ricordi, ed ad accettare le proposte di società di un suo amico greco, noto commerciante che in precedenza aveva rifiutate per non distaccarsi dalla sua amata città. Ora era un uomo di ricchezza senza pari costruita con un lavoro inesorabile ed acido, che si estendeva con navi e fondachi per tutto il Mediterraneo. Muzio Corvino, malgrado le spezie ed i denari, restava pero un infelice e gli era stato attribuito, indovinandone il tormento, il soprannome di “Inconsolabile”. Neppure il supplizio di Fazio valse ad alleviare i suoi sforzi e per trenta anni ancora le imbarcazioni di questo temibile uomo continuarono a tessere instabili trame sui mari. Poi, alla sua morte, tutto si dissolse come alla fine di un sogno. Senza eredi, la città di Bisanzio, dimora degli ultimi anni del vecchio, cercò di assorbire questo impero mercantile, ma i capitani delle navi risolsero di considerarle loro proprietà personali e si diressero ognuno verso il proprio destino.

Una delle triremi dell'”Inconsolabile” era in quel travagliato momento affidata al cretese Hermes, uomo baffuto e senza meta che dopo aver domato di coltello un tentativo di ammutinamento decise di spingersi oltre le Colonne d’Ercole per commerciare con gli africani e ricavarne avori e bestie feroci. L’equipaggio sopportò tre settimane di costeggiamenti ardui ed insicuri poi affogò il suo comandante ed iniziò la via del ritorno, ma il destino non volle che quegli uomini rivedessero il Mediterraneo: una serie di tempeste rabbiose li spinse al largo, li incalzò e minacciò di morte. Poi le loro scarne preghiere furono accolte: la nave si arenò su una spiaggia cosicché buona parte dell’equipaggio ebbe salva la vita. Erano giunti alle Isole Fortunate, questo era il loro nome romano. Uomini solidi e decisi rapirono delle donne indigene, costruirono capanne ed aspettarono il passaggio di qualche mercante. Attesero invano. Per anni decenni e secoli nessuno trovò più le Isole Fortunate; nel Mediterraneo il loro ricordo scolorì in leggenda e solo verso la fine del tredicesimo secolo, con meraviglia, esse furono riscoperte dal nobile veneziano Lanzarotto Malocello, col cui nome, Lanzarote, una di quelle che ora sono le isole Canarie viene chiamata tuttora. Ma ancora più grande fu la meraviglia del viaggiatore e del suo equipaggio quando scoprirono i Gomeros, dominatori incontrastati di una delle sette isolette, popolazione di razza indubbiamente bianca che lo accolse con gioia infinita, come a compimento di un millenario scopo.

Quando questi strani indigeni pretesero di essere portati via, erano più di cinquecento, i veneziani si trovarono in serio imbarazzo e furono costretti a sottrarsi alla troppo amichevole stretta fuggendosene una notte. Ci fu una breve rincorsa di canoe, spari sinora sconosciuti, lance rabbiose e qualche morto, poi i Gomeros furono di nuovo soli. La loro religione, la loro società fu vicina ad annichilirsi per la delusione; per fortuna proprio allora i Guanci, gli odiati negri delle altre isole, cercarono di attaccarli per porre una volta per tutte fine alle secolari guerre e guerriglie nate da quel primigenio furto di donne. Nel furore del combattimento tutto fu dimenticato e dopo aver respinto l’ennesimo assalto i Gomeros tornarono ad aspettare.

Nel giro di un secolo la loro fermezza fu infine premiata. Quando gli Spagnoli presero possesso dell’arcipelago questi indigeni bianchi furono trattati con insolita delicatezza e vennero dichiarati sudditi imperiali. Con immenso piacere essi aiutarono gli Iberici a massacrare i Guanci, dopodiché poterono espandersi nelle altre isole e costituirono il nucleo principale della attuale popolazione delle Canarie. Nel corso dei secoli quell’arcipelago produsse vari uomini notevoli; sconosciuta ai più e però la storia del più notevole di tutti: Juan Palmas. Nato a Santa Cruz di Tenerife agli inizi del secolo scorso egli, come tanti, cerca fortuna nelle Americhe. Appena sbarcato nel nebbioso porto di New Orleans fu accoltellato e derubato. Sopravvisse ed intese quell’accoglienza come una sfida e la vinse: in sette turpi anni divenne padrone della città, i suoi uomini taglieggiavano impuniti commercianti e prostitute, il sindaco cenava con lui, il capo della polizia fremeva impotente e quando smise di fremere fu perché alcuni killer di Juan lo pugnalarono. Grandissimo fu lo sdegno cittadino e federale, “lo spagnolo” malgrado tutto dovette fuggire. Si trasferì a Filadelfia, la città più popolosa degli Stati Uniti. Per tre anni attese nell’ombra poi, con mirabile energia, riiniziò la sua scalata criminale. La tosse perenne ed altre ignobili malattie non fiaccarono la sua audacia ne gli fu avversa la fortuna. Gli scontri armati, le abili bugie, i tradimenti premeditati si accesero ancora per dodici anni, poi, con l’uccisione atroce di Murry Travis, Juan Palmas fu di nuovo padrone di una città. Ammaestrato dalla precedente esperienza “lo Spagnolo” si comportò con prudente discrezione prediligendo la sostanza alla spettacolarità. Malgrado ciò neanche questo suo regno durò a lungo. Dove avevano fallito zelanti poliziotti, corruttibili sceriffi e implacabili assassini riuscì invece la guerra di secessione con quelle sue inesorabili dinamiche che neppure un uomo come Juan Palmas poteva corrompere o controllare. Una delle variabili impazzite che quel flagello bellico disperse nel Paese furono i gruppi violenti e bradi di cavalleggeri sudisti sbandati che durante e dopo la quadriennale guerra si dedicarono al saccheggio delle campagne unioniste.

La casa di villeggiatura di Palmas era ben fortificata e difesa, ma nessuno avrebbe potuto prevedere un attacco condotto da una cinquantina di cavalieri. Né d’altronde i soldati del colonnello Buxter, non a torto detto “il Massacratore”, potevano supporre che una villa dall’aspetto così innocente fosse difesa da una quindicina di bellicosi pistoleri. Il caso volle che questi due uomini così colpevoli si scontrassero ed ambedue lo avrebbero certo evitato volentieri perché con simmetrica imparzialità ad uno fu dispensata una pallottola in gola ed all’altro una sciabolata nella schiena. A lungo tra tristi colpi di grazia e crepitii di incendi i cavalleggeri piansero ed imprecarono attorno al cadavere del loro amato condottiero. Le lacrime di questi uomini rudi avevano un loro fondamento: a suo modo il colonnello Buxter era stato un personaggio importante. la sua nascita in una casupola persa tra gli umidi canneti del Sud, la sua giovinezza errabonda, l’arruolamento e la veloce carriera, la diserzione, l’affetto dei suoi uomini ed infine la sua insignificante morte sono anch’esse narrate, come le faide decennali delle famiglie Erìdania e Ducas, in una novella della “Storia Universale dell’Infamia” dal titolo “Buxter, il Massacratore Adorato”.

Se riusciamo a seguire il labile nesso che unisce un avvelenamento proditorio, una diserzione sfortunata, un saccheggio urbano, un impero commerciale, una nave inavvertitamente colonizzatrice, un lontanissimo discendente di un naufragio, lo scontro implacabile tra quindici sicari e cinquanta soldati, la pallottola che pose fine alla carriera del colonnello Buxter ci accorgiamo che il grande Borges senza saperlo narrò mirabilmente causa ed effetto.

Ma non è un caso. Non c’è niente di pretestuoso od arbitrario in questi legami causali perché a pensarci bene se lasciate il giusto tempo a qualsiasi fatto, soprattutto se di sangue, in breve esso stenderà sul mondo intero ed indelebilmente sul futuro la sua rete infinita di conseguenze e variazioni cosicché niente è vano ed ogni cosa, dopo secoli, si collega a tutte le altre. Questo sino a quando tra pochi millenni il sole scoppierà e, senza volerlo, riporterà l’affannarsi terreno nelle sue giuste dimensioni.

Fonti:

– J.L. Borges “Storia universale dell’infamia” il Saggiatore I96I

-E. Silvani “La Magna Grecia nell’impero romano” Mursia Editore I973

-Istituto Storico di Tenerife “Storia ufficiale delle isole Canarie” Edizione del I983

-T. Aldiss “Gli albori della criminalità organizzata” Einaudi I979

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