SPARTA OVUNQUE arriva a Firenze giovedì 15 luglio

Giovedì 15 luglio alle ore 18.30 presso lo spazio all’aperto del Torrino Santa Rosa, Lungarno Soderini 2, Firenze, si terrà la prima presentazione in presenza di Sparta ovunque, 7 racconti di 7 autori ambientati in un mondo ucronico in cui Sparta impone la propria cultura fino ai giorni d’oggi.
Con gli autori Carlo Menzinger di Preussenthal (ideatore della saga “Via da Sparta”), Massimo Acciai Baggiani. Sergio Calamandrei, Linda Lercari e Pierfrancesco Prosperi. Interverrà Renato Campinoti.

Possibilità di successivo apericena a 15 euro, prenotando presso eventi.gsf@gmail.com

Incontro promosso dal Gruppo Scrittori Firenze.

Sparta ovunque è una antologia ambientata nel mondo ucronico della saga Via da Sparta ideata da Carlo Menzinger di Preussenthal.  “Quasi 2400 anni fa Sparta, anziché essere sconfitta da Tebe, ha vinto e ha iniziato la sua espansione, cancellando Atene e la sua cultura, bloccando lo sviluppo dell’Impero Romano e creando un mondo del tutto diverso, dove uomini e donne vivono separati, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi e al servizio del solo esercito, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti. È un mondo in parte distopico, ma soprattutto diverso dal nostro, per effetto di 2400 anni di divergenza storica.” Su questo mondo alternativo, Carlo Menzinger ha scritto una trilogia di romanzi (Il sogno del Ragno, Il Regno del Ragno e La figlia del Ragno) e numerosi racconti.

Io e altri cinque autori, con i racconti presenti in questa antologia, abbiamo voluto dare il nostro contributo ad arricchire il variegato mondo di questa articolata saga.

L’antologia è stata selezionata tra i finalisti del Premio Veggetti.

L’antologia è curata da Carlo Menzinger e pubblicata da Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-867-8] Pagg. 176 – € 12,00 – 2020 – Copertina di Vincenzo Bosica

Gli autori

Massimo Acciai Baggiani, Donato Altomare, Sergio Calamandrei, Linda Lercari, Carlo Menzinger di Preussenthal, Paolo Ninzatti e Pierfrancesco Prosperi

La quarta di copertina

“Sparta ovunque” è una delle formule di saluto in uso nell’Impero di Sparta, che nella sua plurisecolare storia si è esteso quasi “ovunque” nel mondo, dominando gran parte dei continenti.
L’antologia Sparta ovunque raccoglie sette racconti di altrettanti autori ambientati nel mondo ucronico della saga Via da Sparta ideata da Carlo Menzinger di Preussenthal.
Un mondo attuale ma del tutto diverso dal nostro, a causa di una divergenza ucronica: Sparta, contrariamente a quanto avvenuto nel nostro flusso temporale, sconfigge Tebe a Leuttra nel 371 a.C. e diventa un impero che domina su metà del mondo.
I racconti di questa raccolta, si svolgono in epoche e zone diverse.
L’ucronia richiama la storia, ridisegna la geografia e si mescola alla fantascienza, immaginando diversi sviluppi della scienza, ma anche viaggi nel tempo e tecnologie di altri mondi, facendo incontrare, in un oggi alternativo, civiltà scomparse come quelle di spartani, samurai, aztechi e vichinghi, generando suggestioni inedite.
Massimo Acciai Baggiani, Donato Altomare, Sergio Calamandrei, Linda Lercari, Carlo Menzinger di Preussenthal, Paolo Ninzatti e Pierfrancesco Prosperi reinterpretano a modo loro l’universo immaginario di “Via da Sparta”, in cui ventiquattro secoli di storia, hanno cambiato ogni aspetto, dalla società, all’economia, alla famiglia, al sesso, all’arte, alla scienza, alla tecnica, alla religione, agli usi e costumi, alla politica, all’alimentazione, all’urbanistica e architettura.

 

Videopresentazioni

Carlo Menzinger presenta SPARTA OVUNQUE – 17/10/2020.

Sergio Calamandrei parla del racconto “L’onore di Sparta” – 24/10/2020

Carlo Menzinger parla e legge l’inizio del racconto “Gli Anni del Ferro e del Fuoco” – 17/10/2020

Pierfrancesco Prosperi parla del suo racconto “Deus vult” – 18/10/2020

Paolo Ninzatti parla del suo racconto “Odino e il serpente” – 19/10/2020

Massimo Acciai Baggiani parla e legge l’incipit del racconto “Lo scisma”.– 17/10/2020

 

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Videopresentazione del mio racconto L’onore di Sparta

Recensioni ed estratti

l’Introduzione scritta da Carlo Menzinger

La Prefazione scritta da Massimo Acciai

Le recensioni su Anobii

La recensione di Gabriella Zonno sul Blog del GSF

Lo Sliding doors di “Sparta ovunque” – di Sandra Moretti

Gabriele Farina ne scrive su “Vita di un Io

Sam Mazzotti ne scrive qui

Chiara Rantini ne scrive su “Come la pioggia”

Davide Gadda ne scrive qui

Sparta ovunque in arrivo a Stranimondi

“Sparta ovunque”, l’antologia ispirata al mondo di Menzinger – di Filippo Radogna su World SF Italia

“Un’ucronia spartana” di Andrea Coco su Leggere Tutti.

Il mio racconto

Il mio racconto, L’onore di Sparta, ambientato nel governorato del Bengala, illustra le resistenze che i più tradizionalisti tra gli spartiati sollevarono quando iniziarono a diffondersi le poco onorevoli armi da fuoco.

Questo è l’incipit.

Anno olimpico 2641[1]: circa centocinquanta anni prima di “Via da Sparta”

  1. L’anfiteatro di Gorea

La lunga fila di prigionieri nipponici venne fatta entrare nell’anfiteatro naturale dove gli abitanti della città di Gorea sciamavano due volte l’anno, all’inizio della primavera e al culmine dell’estate, per assistere alle corse dei carri. Gli Spartani, dopo la conquista, avevano concesso agli iloti del governatorato del Bengala di mantenere quella loro tradizione millenaria. Le gare dei carri falcati, benché avessero un forte contenuto ludico, un po’ frivolo secondo gli standard dell’impero, possedevano delle connotazioni militari che aveva indotto gli Spartani a tollerarle: i carri avevano fatto strage di opliti durante le guerre di cinquant’anni prima, guadagnandosi il rispetto degli Spartiati. Erano solo state vietate le scommesse, con le quali, peraltro, gli indiani continuavano pervicacemente a rovinarsi, in modo semiclandestino, dato che gli occupanti solitamente non si curavano poi troppo di far rispettare la proibizione.

Timeo, vice Polemarco Generale[2] , secondo nella linea di comando dell’esercito stanziato nel governatorato del Bengala, osservò le ripide colline che circondavano il pianoro, lungo almeno cinque stadi[3] e largo uno, nel punto di massima ampiezza. Sulle piccole alture, quando c’erano le corse, potevano assieparsi più di centocinquantamila indiani. Adesso erano deserte, a parte una linea di opliti schierata sul crinale, uno ogni venti piedi[4], con la dory e l’hoplon, ovvero lancia e scudo, tradizionali armi spartane. I giapponesi, intanto, erano stati radunati a uno degli estremi del rettilineo, dove i carri ruotavano attorno a un sottile obelisco, in una delle due terribili curve dove la terra era più scura per tutto il sangue di uomini e cavalli che lì era stato versato nei secoli. Gli abitanti di Gorea avevano scalzato il fianco delle collinette per disegnare il percorso che dunque era delimitato da pareti verticali alte circa venticinque piedi[5]. Una balaustra di legno impediva agli spettatori di precipitare nella pista. Dall’alto, dietro quegli spalti, una trentina di opliti teneva i giapponesi sotto tiro, con le lance da fuoco. I prigionieri, un centinaio, erano completamente nudi, le mani legate dietro le schiene e uniti l’un l’altro da corde. Gettavano sguardi inferociti verso gli spartiati e gli iloti che li raggruppavano, strattonandoli e colpendoli col manico delle lance. I giapponesi non si sarebbero sentiti a disagio per la nudità, dato il buon rapporto che avevano con i loro tonici corpi da guerrieri, ma trovano umiliante essersi dovuti adeguare agli usi di Sparta, che rifiutava il concetto di lusso e considerava un inutile orpello i vestiti. Anche gli spartiati e i loro sottoposti, a parte le corazze leggere, erano nudi, cosa che, peraltro, non comportava un gran sacrificio nel clima caldo e umido della provincia indiana. Molti degli uomini legati erano semplici guerrieri, ma c’erano anche una decina dei terribili samurai, vere macchine da guerra, quasi al livello degli Spartiati. Timeo notò uno di loro aveva occhi accesi di furore, quasi fosse in quella trance da combattimento che l’ufficiale tante volte aveva visto in battaglia, sui volti dei nemici e dei compagni. Il samurai lanciò un urlo e liberò i polsi dalla corda, probabilmente già incisa in precedenza con qualcosa di tagliente. Si scagliò contro una coppia di opliti, iloti indiani, che erano a una decina di metri da lui. I due sollevarono le lance da fuoco e premettero il grilletto, sparando l’unico colpo dell’arma. Le palle colpirono il samurai, ma non in punti vitali, e la poca forza di quegli impatti non arrestò la corsa del guerriero che piombò su uno degli iloti, il quale non aveva fatto in tempo a riequilibrarsi per sferrare un affondo con la punta della lancia. Rotolarono a terra e, in pochi secondi, l’indiano ebbe il collo spezzato. L’altro oplita tentò di infilzare il giapponese, che rotolò sul terreno, evitò il colpo e strappò la lancia al nemico. Si rialzò in piedi e trafisse l’attaccante. Accorsero, intanto, diversi opliti. Alcuni tennero a bada i prigionieri, ancora legati, altri accerchiarono il samurai.

«Non perdete tempo a sparare!» ordinò Timeo. «Infilzatelo!» Intanto estrasse la spada, per partecipare al combattimento.

Gli indiani circondarono il samurai, che brandiva la lancia. Parevano timorosi, mentre il loro avversario continuava a gridare, apparentemente incurante del sangue che colava copioso dalle ferite. Un uomo coraggioso, pensò Timeo, avvicinandosi. Mizanur Mansur, il Polemarco[6] indiano a capo degli iloti, vedendo arrivare lo spartiate, per timore che il suo reparto venisse accusato di codardia, gridò ai suoi uomini di attaccare. Una decina di opliti si strinsero da tutti i lati attorno al giapponese che sferrò un colpo di lancia trafiggendo un nemico. Gli altri lo infilzarono o, presi dall’agitazione, gli spararono a bruciapelo. Un paio di palle, in quel carnaio, ferirono degli opliti.


[1] Corrisponde al 1865 d.C.

[2] Il Polemarco Generale, per semplicità di solito abbreviato in Generale, era un alto ufficiale a capo di unità che potevano giungere fino a 24.000 uomini.

[3] Lo stadio attico era pari a circa 177 metri.

[4] Un piede equivale a circa 29,6 cm. Venti piedi sono, quindi, circa 6 metri.

[5] Un piede equivale a circa 29,6 cm. Venticinque piedi sono, quindi, circa 7,5 metri.

[6] Il Polemarco era l’ufficiale che comandava una Mora, unità di 400 uomini.

Sergio Calamandrei

vedi http://www.calamandrei.it/chi-sono/

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