Nelle fauci del Mostro – il 5 novembre al Centrolibro di Scandicci

Nelle fauci del Mostro è una antologia  ispirata alla vicenda del Mostro di Firenze, che, dopo tanti anni, continua a rimanere ben incisa, quasi un trauma indelebile, nell’immaginario collettivo dei fiorentini.

Mostro Firenze copertina media

Ho partecipato all’antologia col racconto Eros e morte, dove collego la paura del Mostro con quella di un altro mostro, ben più rilevante e globale, che apparve negli stessi anni: l’AIDS. Di fatto, nella seconda parte degli anni Ottanta, la sessualità, invece di essere solo gioia, si velò di un retrogusto tragico. A Firenze, fu ancora peggio, perchè c’era anche il Mostro, a sottolineare il legame tra Eros e Thanatos: le pulsioni di vita e di morte.

L’antologia è curata da Andrea Gamannossi e pubblicata da Istos Edizioni (novembre 2016).

La prima presentazione sarà sabato 5 novembre al Centrolibro di Scandicci. Sarò presente, insieme a molti degli autori.

Nelle fauci del Mostro Scandicci

Nelle fauci del Mostro scheda libro

Gli autori

Paolo Piani, Sergio Calamandrei, Stefano Rossi, Arianna Niccolai, Simone Innocenti, Andrea Gamannossi, Bernardo Fallani, Mirko Tondi, Vario Cambi, Paolo Romboni.

La quarta di copertina

Sono trascorsi molti anni, eppure, percorrendo nelle tenebre le strade che si snodano sulle colline sovrastanti la piana fiorentina, si prova tuttora un senso di inquietudine, di disagio. Come se tanti occhi cattivi ti osservassero con malignità. L’aria sembra ancora permeata da una presenza invisibile e terribile: il Mostro di Firenze. Nonostante si siano susseguite indagini, inchieste, processi, condanne e assoluzioni, questo mistero è rimasto indelebile nel tempo, una lunga scia di sangue con tanti interrogativi e poche risposte certe. Proprio per questo motivo, nelle nostre menti, il Mostro è sempre lì, cristallizzato nei meandri della memoria.

Prendendo spunto da questo sono nate 10 storie che partono da una delle vicende più sanguinose della cronaca nera italiana e non solo. Racconti sospesi a un filo sottile, tra realtà e fantasia, cronaca e finzione.

Ogni autore, seguendo questo fil rouge, ha scritto una storia che in qualche modo è collegata in maniera più o meno diretta alle vicende suddette.

Accanto ad autori collaudati ed esperti, si sono affiancate giovani penne che non hanno vissuto in prima persona i fatti di quel tempo. Insomma un coacervo di storie affascinanti dalle quali emerge una sola domanda: finiremo ancora nelle fauci del Mostro?

Il mio racconto

Il mio racconto vede come protagonista un giovane Renzo Parisi, uno dei personaggi dei romanzi Indietro non si può e L’unico peccato, facenti parte del Progetto Sesso motore.


EROS E MORTE – Incipit

Per molte persone arrivate alla pubertà negli anni Ottanta il rapporto col sesso ha avuto elementi problematici e, per certi versi, terrorizzanti; come per tutte le generazioni a partire dall’alba dei tempi, a dire il vero. Ma per quelli nati negli anni Sessanta e inizio anni Settanta, ancora di più. E per quelli nati a Firenze, ulteriormente di più. Ma andiamo con ordine.

Da sempre il sesso è legato alla morte. L’atto d’amore che può portare a una nuova nascita si contrappone alla morte e l’opposizione tra queste due realtà è così forte da unirle intimamente. In noi si contrappongono Eros e Thanatos, ovvero le pulsioni di vita e di morte, che si esternano nell’agire costruttivo o distruttivo dell’individuo. Leggendo qualche libro di Freud, più o meno così aveva capito Renzo Parisi, studente di Legge a Firenze nella seconda metà degli anni Ottanta. Inoltre, non era pur vero che l’orgasmo è definito “piccola morte”? Tutto questo legame tra amore e morte aveva contato concretamente ben poco per le generazioni che negli anni Sessanta e Settanta avevano portato avanti la rivoluzione sessuale. I giovani e le giovani che avevano preceduto Parisi si erano fatti un bel mazzo combattendo contro una società puritana, ma avevano vinto e Renzo, finché era ragazzetto, pregustava di potersi godere una vita sessuale libera, ricca e spensierata. Ma quando era giunto il suo momento di approcciarsi al pianeta Donna era arrivata la gelata.

La grande paura aveva un nome: AIDS, e contorni all’epoca indefiniti. Era stato scoperto nel 1981 negli Stati Uniti e all’inizio sembrava riguardare solo i gay. Poi si era esteso ai consumatori di eroina, che si scambiavano siringhe infette, e ad alcuni soggetti che avevano ricevuto trasfusioni. Infine si diffuse anche tra gli eterosessuali. Nel 1985, con la morte dell’attore Rock Hudson, la prima vittima illustre, apparve chiaro a tutti che la malattia poteva colpire chiunque. Se ne parlava moltissimo e in modo molto confuso: c’era poca informazione sulle modalità con cui ci si poteva contagiare, i sieropositivi erano evitati come appestati e in Italia, per l’opposizione di chi predicava la castità come metodo di prevenzione contro la diffusione della malattia, si dovette attendere il 1988 per avere la prima, terrorizzante, campagna informativa in televisione in cui apparisse il preservativo. La musica incalzante dello spot e l’alone viola che avvolgeva le persone che via via che si contagiavano impressionarono profondamente molti bambini e ragazzi; come spesso accade, tanti altri invece rimossero il problema, perché è così che funziona la mente umana.

Renzo non era uno di quelli convinti che a loro non potesse accadere nulla. L’AIDS ricorreva frequente nei discorsi che faceva con i suoi amici. Si appannò persino quella che fino a qualche tempo prima era la fantasia erotica ideale sua e di molti altri: salire nell’ascensore di un grattacielo con una bella sconosciuta e fare sesso con lei prima di arrivare al piano di destinazione. Era la versione moderna dell’incontro occasionale con la fanciulla che faceva il bagno nel ruscello, che aveva furoreggiato per millenni, prima della comparsa degli ascensori. Adesso la donna disponibile ad avere rapporti occasionali, con te ma con chissà quanti altri, passava dall’essere una benefattrice al poter diventare una pericolosa untrice. Il suo abbraccio rischiava di essere quello della morte. Tu, se ti si presentasse quella situazione, che faresti? si chiedevano Renzo e i suoi compagni. E ognuno rispondeva a suo modo. Quindi, per molti della generazione di Parisi, Eros e morte si vennero a legare inconsciamente. Ma per i Fiorentini fu peggio, perché quel legame era già stato loro inculcato a colpi di Beretta da diversi anni.

Qualcuno uccise nel 1981, a distanza di quattro mesi una dall’altra, due giovani coppie appartate in auto nelle campagne attorno alla città del giglio. I delitti furono collegati a un precedente, analogo, duplice omicidio avvenuto nel 1974. Firenze aveva il suo Mostro e, improvvisamente, fare l’amore in macchina divenne una specie di roulette russa. Eros e Thanatos si abbracciarono forte, sempre più forte. Nel 1982 fu la volta di un’altra coppia; nel 1983 furono uccisi a Giogoli due turisti tedeschi in un furgone Volkswagen, l’assassino probabilmente credette che uno di loro fosse una donna. Il Mostro colpì di nuovo, implacabile, nel 1984 e nel 1985. I giovani smisero, per quanto possibile, di amarsi nelle strade di campagna: le vie intorno a piazzale Michelangelo si riempivano di auto con i finestrini coperti, più o meno bene, da giornali. La Polizia chiuse un occhio sulla questione degli atti osceni in luogo pubblico, anche perché si era dimostrata incapace di afferrare il maniaco. I genitori iniziarono a uscire di casa la sera: andavano al cinema e lasciavano detto fino a che ora sarebbero stati fuori; sempre meglio avere una casa sconsacrata che far rischiare la vita alla figlia o al figlio. Questi quattro anni di continui omicidi, che non finivano mai, fiaccarono i giovani di Firenze: quando arrivò la ventata gelida dell’AIDS per molti di loro fu solo una conferma che a fare sesso fuori dal matrimonio si poteva rischiare la vita.

Era passato un po’ di tempo dall’ultimo delitto; il Mostro sembrava aver concesso un periodo di tregua alla città anche se tutti si aspettavano che si sarebbe rifatto vivo da un momento all’altro. Fu allora che Parisi incontrò la sua ragazza dell’ascensore, o fanciulla del ruscello, per i più tradizionali. Si chiamava Gianna, come la protagonista della canzone di Rino Gaetano. Anche lei “non perdeva neanche un minuto per fare all’amore”, o almeno così disse a Renzo l’amico comune che gliela aveva presentata in discoteca. – Provaci, vedrai che ci sta, ho visto come ti guardava ­­– aggiunse. Renzo annuì e, senza neppure pensarci, si mise a ricercarla nel locale e infine raggiunse la ragazza al bancone del bar. Normalmente non era tipo da lanciarsi così ma Gianna aveva un sorriso dolce ed emanava talmente tanta vita che Parisi non ne poté fare a meno. Si spostarono su un divanetto e parlarono a lungo; con la musica assordante il giovane capiva la metà delle parole, ma lei sorrideva sempre, con la bocca e con gli occhi, e questo bastava.

 

Salva

Salva

Salva

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *