Firenze Capitale

Storie ambientate in Firenze capitale del Regno d’Italia: un periodo pieno di fascino

Piazza mercato vecchio 20 settembre 1890 – L’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II mentre sono ancora in corso le operazioni di demolizione della piazza, al cui posto sorgerà l’attuale Piazza della Repubblica

Ho scritto diversi racconti ambientati nel periodo di Firenze capitale (1865-1871); un’epoca interessantissima per i seguenti motivi.

Nella seconda metà dell’Ottocento tante dinamiche economiche e sociali e tanti problemi con i quali ci confrontiamo ogni giorno erano già vivi e presenti.  Fa un certo effetto ritrovare nelle cronache di quell’epoca le stesse considerazioni che ci ripropongono quotidianamente i talk show. La corruzione politica, l’influenza dell’economia sulle scelte dei governi, la lotta per la redistribuzione del reddito, le speculazioni immobiliari, i problemi della globalizzazione, la tratta dei migranti, la droga: tutto c’era anche allora. Ad esaminare quegli anni, il nostro mondo, che ci pare così complesso, così corrotto e decaduto, perde ogni carattere di originalità e di egocentrica centralità rispetto al resto della storia che ci ha preceduto. Leggere storie ambientate nel periodo di Firenze capitale, oltre a procurarci un sano bagno di umiltà e a ricollocare il tempo che stiamo vivendo in una corretta prospettiva di semplice sviluppo di un percorso che sarà ed è sempre stato basato, in sostanza, sulle medesime dinamiche, ci consente anche di capire meglio i meccanismi su cui si basa il nostro mondo. Centocinquanta anni fa, infatti, tali meccanismi erano un po’ più schietti ed evidenti.

Ci sono poi due elementi di grande freschezza che contraddistinguono quel periodo e che hanno donato ai nostri avi un entusiasmo e una fiducia nel futuro che noi abbiamo perso. Il progresso tecnologico stava cambiando, in maniera velicissima, il mondo e il modo di vivere, portando la speranza di una società in cui ci sarebbe stato da mangiare e ricchezza per tutti e la fatica del lavoro sarebbe diminuita. E in Italia si stava creando una nazione, liberandoci dall’occupazione straniera, e questo infiammava gli animi.

Infine, il fascino di quegli anni è incrementato dal fatto che ne abbiamo le prime foto.

L’ingresso del Ghetto di Firenze
I miei racconti

Incoraggiato dall’indimenticabile amico Graziano Braschi a scrivere un racconto ambientato ai tempi di Firenze capitale, mi sono appassionato a questo periodo storico e ne ho scritti altri. In ognuno, affronto un diverso aspetto di quegli anni, unendolo a delle trame gialle e ironiche che hanno per protagonista Sabatino Arturi, ragazzo appassionato del moderno e della libertà della sua patria, ispirato alla figura del giornalista Ugo Pesci (1842-1908). Sabatino è un avo di Domenico Arturi,  le cui storie, ambientate a Firenze in tempi moderni, sono narrate nei romanzi L’unico peccato e Indietro non si può e nell’antologia Il mestiere più bello del mondo e altri racconti (tutte queste opere fanno parte del Progetto Sesso Motore),

Sabatino Arturi è protagonista dei seguenti racconti:

La ragazza delle case di ferro pubblicato in Firenze capitale noir. Storie nere di Firenze Capitale (1865-1871), dove si parla dell’arresto di Garibaldi nel 1867 e di tutti i giovani che accorrevano sotto le bandiere dell’Eroe per andare a liberare Roma.

Veloce-Club pubblicato in Grazie, Graziano, ambientato nella Firenze del febbraio 1870, quando venne organizzata la Firenze-Pistoia, una delle prima gare di ciclismo in linea della storia.

Sabatino e la catastrofe del risanamento presente in Passata è la tempesta, sulla distruzione del vecchio centro e del Ghetto, avvenuta a fine Ottocento e sulla forte presenza degli anarchici a Firenze.

Ho scritto, inoltre, un altro racconto, in via di pubblicazione: Sabatino e la guerra dell’oppio, dove si parla dei rapporti tra la Firenze capitale e la Cina.

Sto scrivendo, poi, una quinta storia dove si parlerà della bistecca alla fiorentina. Il racconto è destinato a suscitare vive polemiche: l’autore del famosissimo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, Pellegrino Artusi, dal cui cognome ho preso ispirazione per quello di Arturi, suggeriva di mettere sopra la bistecca, dopo la cottura, un bel pezzo di burro. I puristi contemporanei si scandalizzeranno, ma anche altri cuochi di quel periodo fornivano la medesima indicazione.

Tutte le mie storie si basano su un’ampia documentazione relativa a Firenze capitale. Le opere dedicate a quel periodo riempiono ormai due scaffali della mia libreria e sono elencate in questa pagina di libri su Firenze.

Tettoia dei Pisani. Era in Piazza della Signoria, di fronte a Palazzo Vecchio, e venne abbattuta nel 1870.
Chi è Sabatino Arturi: l’incipit di VELOCE CLUB

Io, Sabatino Arturi, c’ero il giorno che il primo velocipede apparve a Firenze, capitale del Regno. Era il 9 settembre del 1868 e quel pomeriggio ero andato nel parco delle Cascine a osservare il consueto passeggio delle carrozze dei nobili, quando vidi apparire un signore che si muoveva veloce su un attrezzo dotato di due ruote. Quella anteriore era così alta che l’uomo non toccava terra. Capii che doveva essere uno di quegli apparecchi, detti velocipedi, che stavano divenendo di moda in Francia e in Inghilterra.

Gli organizzatori della Firenze-Pistoia del 1870

Ventiseienne, ero di ottima famiglia borghese: mio padre era direttore degli Uffizi, e mio zio, comandante delle guardie municipali. Congedato dall’esercito, non avevo ancora deciso quale carriera avrei intrapreso, ma nel frattempo stavo ben attento a cogliere ogni opportunità di guadagnare qualche soldo. Facendo inorridire il babbo e lo zio, ero diventato socio occulto di un nostro anziano domestico: avevamo messo in piedi una rete di venditori ambulanti di trippa e lampredotto che smerciavano con profitto queste prelibate frattaglie agli operai dei mille cantieri della capitale e agli impiegati torinesi più umili, calati qui a frotte, insieme ai loro ministeri. Pecunia non olet e, infatti, il denaro ricavato un po’ volgarmente col lampredotto non puzzava e mi faceva comodo; ma non era molto e dovevo cercare di integrarlo. Quando vidi quel signore sfrecciare veloce fra la polvere del viale delle Cascine, la prima cosa che mi venne in mente fu che i velocipedi potevano essere un buon modo per fare quattrini. Benché fosse poco decoroso, corsi quindi dietro a quell’uomo finché lo raggiunsi. Era un francese, si chiamava Alexis-Georges Favre. Mi spiegò che aveva una fabbrica di velocipedi a Voiron e li voleva vendere a Firenze, nel Bazar Europeo.

Mi congratulai con Favre e gli augurai la miglior fortuna nella commercializzazione del suo mezzo, poi corsi subito da Giovanni Santacroce, un meccanico di via Montebello che conoscevo bene: gli spiegai che dovevamo iniziare a fabbricare velocipedi. All’inizio mi prese per matto, ma poi riuscii a convincerlo che la nobiltà fiorentina, per non passare da provinciale, avrebbe presto adottato la moda delle due ruote. E io, i giovani nobili li conoscevo tutti, dato che mio babbo, lungimirante, aveva sempre preteso che lo accompagnassi quando portava le famiglie dei signori a visitare gli Uffizi. Mi avevano pesato moltissimo tutte quelle ore passate tra i quadri e le statue a conversare con i nobili locali e con i numerosi forestieri che volevano ammirare le nostre bellezze, ma adesso avevo una certa conoscenza dell’arte e, soprattutto, del bel mondo fiorentino. Quindi Giovanni avrebbe costruito i velocipedi e io avrei piazzato i suoi prodotti. Naturalmente, nessuno avrebbe dovuto sapere delle mie provvigioni: volevo evitare che a mio padre venisse un attacco di crepacuore per il timore che si scoprisse che suo figlio rischiava di disonorare la famiglia occupandosi, oltre che del lampredotto, anche di vili attrezzi meccanici.


L’incipit di LA RAGAZZA DELLE CASE DI FERRO

 24 settembre 1867, in Firenze, capitale del Regno d’Italia

– Sabatino Arturi, giuri sul suo onore di sottotenente che non cercherà di fuggire. Ne va anche dell’onore di suo zio.

– Giuro che non scapperò, non ne ho motivo, non ho accoltellato quell’uomo.

Il tenente della Guardia Nazionale annuì e se ne andò, chiudendo comunque a chiave la stanza. La luce fioca di una candela illuminava a malapena i pochi mobili: un letto, una sedia e uno scrittoio. Era davvero un ambiente misero, ma mille volte migliore delle celle in cui mi avrebbero certo sbattuto se non fosse stato per mio zio. Il fratello di mia madre era il comandante di quelle che dal 1863 si chiamavano “guardie di città” invece di “guardie municipali”. Di fatto erano la polizia municipale, qualunque fosse il nome ufficiale con cui le si volesse etichettare; non molto amati dal popolino, ma certo più rispettati degli sbirri, le guardie di Pubblica Sicurezza come quella del cui sangue erano macchiate le maniche della mia giacca. Lo zio aveva ricevuto molte lodi nel 1862 quando aveva scoperto che la camorra meridionale era arrivata Firenze, spadroneggiando in città sui mercati delle erbe, della frutta e degli agnelli. Arrestò e fece portare alle Murate una sessantina di camorristi. I fiorentini, abituati alla loro tranquilla criminalità provinciale, erano rimasti turbati da questa importazione di malavitosi forestieri e il francese Marc Mougnier ci aveva scritto addirittura un libro, “La camorra”, che era andato a ruba. – Con l’unione del Regno – aveva commentato mio zio – non c’è più freno alla circolazione di uomini e merci; arriverà del buono, ma anche del cattivo. È inevitabile.


L’incipit di SABATINO E LA CATASTROFE DEL RISANAMENTO

25 febbraio 1894, in Firenze, zona del Mercato Vecchio 

–  È una catastrofe, Arturi! Una catastrofe!

Il vecchio scuoteva la testa, lacrime silenziose solcavano le sue guance.

– Peggio, molto peggio delle alluvioni del 1844 e del 1864 – aggiunse. – E stavolta non è la natura a distruggere Firenze, siamo noi!

Non sapevo che dire per consolarlo.

In quel momento, preceduta dall’urlo di un muratore, cadde dal quarto piano una parete dell’appartamento posto sopra quello abitato da Guido Panerai, fino a poco tempo prima. Le altre case medievali che sorgevano sul lato opposto della strada erano già state abbattute. Ci eravamo inerpicati sulle loro rovine e potevamo assistere a distanza di sicurezza alla distruzione dello stabile dove il settantenne era nato, e, prima di lui, suo padre. I detriti piombarono al suolo, generando una nuvola immane, che ci raggiunse, costringendoci a coprire la bocca coi fazzoletti.

Accanto a noi c’era Elena che, con gli occhi sbarrati, fissava, come incantata, il veloce lavoro degli operai. Aveva sei o sette anni meno di me, che andavo per i cinquantadue, ma lei, che era stata sempre così bella, ora pareva superami molto in età, come se tutta la sua vita di stenti le fosse improvvisamente piombata addosso.

– Andiamo, rimanere qui è una sofferenza inutile – dissi, mettendo una mano sulla spalla del vecchio.

– Siamo noi! Siamo noi! – continuava a ripetere.

Feci per portarlo via. Porsi l’altra mano anche a Elena, ma lei scosse il capo.

– Ora sono arrivati al nostro appartamento – disse. – Devo vederlo!

Trascinai Panerai sino a quella che in precedenza era stata Piazza del Mercato Vecchio ed era adesso divenuta la piazza nuova del centro, intitolata a Vittorio Emanuele II, la cui statua equestre torreggiava su un panorama incongruo, formato da vecchi edifici medievali superstiti, da fondamenta di case e torri abbattute, da cumuli di materiali di risulta, dal cantiere per la costruzione del gigantesco arcone che avrebbe sovrastato Via degli Strozzi, da nuovi palazzi, già costruiti e funzionanti, tra i quali, quello dove la sera si folleggiava al Caffè Chantant Trianon, inaugurato nel 1891.

A camminare in mezzo a quello strazio mi sanguinava il cuore; 70.000 metri quadri della vecchia Firenze medievale sventrati: si stavano perdendo 26 antiche strade, 20 piazze, 3 giardini, 18 vicoli e chiassi; svanivano 341 immobili abitativi, 451 botteghe, 173 magazzini, 5 corti; sfollate e disperse per la città 1.778 famiglie, 5.822 persone; dei 1.091 proprietari costretti a vendere o espropriati, soltanto 6 sarebbero stati ancora tra i possessori delle sole 63 proprietà risultanti dopo la gigantesca spoliazione: occorreva  disporre di enormi capitali, infatti, per poter partecipare alle aste dei grandi lotti messi all’incanto e ricostruire interi palazzi.

Giungemmo in piazza del Duomo, dove spiccava il cantiere del palazzo dell’Arcivescovado. Lo stavano demolendo, per poi ricostruirlo arretrato di una ventina di metri, al fine di creare spazio attorno al Battistero e permettere l’allineamento tra il fabbricato e la larga via nuova che portava nell’ancora incompleta Piazza Vittorio Emanuele II.

– Tutta la nostra storia: perduta! – continuò, disperato, il mio amico. – Il cuore antico della nostra città, cancellato per far posto agli anonimi palazzi dei capitalisti. Il popolo, scacciato e messo in mezzo a una strada. Tutti i miei compagni, dispersi.

E mi tornò in mente il giorno, una vita fa, in cui avevo incontrato per la prima volta, lui e i suoi compagni.

Demolizioni nel centro storico di Firenze