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Ero un uomo sui quarant'anni, nel pieno delle forze.

La vita era stata generosa con me. A prezzo di molti sforzi avevo raggiunto una buona posizione economica. La mia carriera di professionista era ormai avviata e mi prometteva agi e prestigio. Ero un marito e padre sereno. Avevo una moglie comprensiva e dolce che provvedeva a tutti i miei bisogni e due figli piccoli e vivaci. Il più grande iniziava a chiedermi i perché delle cose ed io, nel rispondergli, scoprivo ogni volta nuovi aspetti del mondo. La domenica li portavo nel parco a giocare.

Pensavo a loro mentre camminavo. Stavo ritornando al mio studio dopo aver avuto un incontro di lavoro che si era risolto con mia grande soddisfazione.

Era un pomeriggio di primavera inondato dal sole. L'inverno era appena finito ma pareva già così lontano. L'aria era calda e tersa, portavo il giaccone sottobraccio e la valigetta nell'altra mano.

Procedevo calmo e tranquillo diretto senza fretta al mio ufficio dove non mi attendeva alcun lavoro urgente.

Ero in armonia col mondo e con me stesso. Sentii il bisogno di premiarmi. Lessi su un'insegna "gelateria" e mi resi conto che avevo voglia di un cono alla crema.  Infransi ogni tenue pensiero di dieta ed entrai nel locale.

La cameriera che mi servì era carina. Mi trattò con gentilezza e sorrise. La salutai con gratitudine.

Uscii con quel cono in mano pregustandolo soddisfatto. Sapevo di aver fatto la cosa giusta.

Tornando nel sole della strada ebbi come la sensazione che l'estate fosse alle porte. Pensai al mare portando il gelato alla bocca mentre scendevo dal marciapiede per attraversare la via.

Sentii l'urto della macchina contro le mie gambe, ebbi una rapida percezione del volo e della mia schiena che si spezzava. Compresi con rassegnata tranquillità che stavo morendo.

Mentre la vita fuggiva ebbi il tempo di esprimere un solo pensiero.

Era un rimpianto per quel che perdevo.

Non mi dispiacque però di dover lasciare la mia vita piena di soddisfazioni e di gioie o di abbandonare così giovane mia moglie e i miei figli. Il mio ultimo pensiero non fu per i genitori o per le mie aspirazioni ormai irrimediabilmente non soddisfatte o per gli amori non nati. Non fu per il romanzo che non avevo scritto o per le frasi che mi mancò il coraggio di dire. Non fu per i viaggi rimandati o le amicizie trascurate.

Dell'ampio ventaglio delle possibilità della mia vita, perse per sempre, di una sola mi dolevo.

Non chiedetemi perché, ma mentre morivo l'unica cosa che mi rincrebbe è che non avrei mai mangiato quel gelato.  


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