L'ultima storia di Kamir Ben Yassur       mappa del sito

Un giorno l'Emiro Kamir Ben Yassur condusse la sua scorta a cacciare aquile reali sulle montagne sassose che si affacciavano stanche ed annoiate sul Deserto del Nord. I cavalli faticavano a salire lungo le pietraie di quei luoghi e gli uomini sudavano sotto il sole implacabile del mezzogiorno, ma l'Emiro non si curava di tutto ciò volendo aggiungere alla sua formidabile collezione di trofei uno di quegli irraggiungibili volatili, da molti considerati sacri. Ma lunghe ore di ricerca e cammino passarono invano, senza che si scorgesse alcun nido d'aquila, né questo deve stupire perché nessuno è mai riuscito a scoprire un nido di quel sacro animale; tanto che il popolo racconta che le aquile reali hanno le loro magioni sulle nuvole che perennemente cingono le più alte vette delle montagne di Pietra. Ma l'Emiro era un uomo di scienza e non credeva a queste storie.

Dopo due notti di gelo e tre giorni di fuoco, finalmente l'illuminazione: l'Emiro, di fronte ad una caverna, ordinò al suo gruppo di fermarsi e con tono eccitato e trionfante si rivolse al suo Gran Ciambellano, Quoti Benir.

- Quoti, sai perché nessuno ha mai trovato i nidi delle aquile reali?

- No, maestà. Se lo sapessi, certo glielo avrei già detto e ci saremmo evitati tutto questo vano peregrinare.

- Quoti - continuò l'Emiro - nessuno li trova perché le aquile nidificano dentro le caverne.

Il Gran Ciambellano, non sapendo se il sovrano scherzasse o dicesse sul serio, restò un po' interdetto, poi lesse negli occhi di Kamir la certezza e rispose sgomento:

- Ma tutto ciò è assurdo, potentissimo Emiro; le aquile non vivono al buio, sono animali celesti che adorano la luce!

- Che ne sai tu, umile ciambellano, delle abitudini delle aquile reali. Probabilmente i loro occhi sono ben più acuti dei nostri e capaci di vedere nell'oscurità. E poi… guarda: all'entrata della caverna c'è una penna d'aquila, certo di aquila reale.

Quoti Benir discese da cavallo e raccolse l'etereo oggetto iridescente. Era di bellezza e maestà infinita; qualunque guerriero sarebbe stato lieto di ornarsene.

- Maestà, ha ragione; questa è una piuma del sacro animale, ma ciò non significa che esse debbano per forza vivere in quell'antro… e poi entrarci sarebbe sommamente pericoloso, lo chieda anche agli uomini della scorta.

L'Emiro, rosso d'ira in faccia, si consultò con i suoi soldati i quali dettero ragione al Ciambellano e lo scongiurarono di abbandonare quella pazza idea e di non entrare in quella caverna così desolata e pericolante, e certo infestata da serpi e bestie feroci.

- Vili cani del deserto! Questo calore vi ha forse rapito fegato, cuore e cervello! - tuonò con voce possente Kamir Ben Yassur - Maledetto il giorno nel quale vi scelsi ad uno ad uno tra cento e cento uomini ben più degni di voi! Vi mostrerò io cosa è il coraggio! - Detto questo l'Emiro prese un pugnale e si inoltrò nella grotta. Dopo pochi passi sprezzanti e sicuri il silenzio si spezzò e insieme ad esso buona parte della volta della caverna che crollò con fragore alle spalle del sovrano. Quando cessò il tremendo vacillare di polvere e macigni la via del ritorno si era richiusa dietro allo sdegnoso esploratore. I soldati della scorta accorsero maledicendo il Cielo e subito iniziarono a scavare ed a rimuovere massi. Presto riuscirono a liberare un interstizio attraverso il quale comunicare con l'illeso Kamir. Il Ciambellano Quoti si affaccio allo stretto pertugio e disse al suo sovrano:

- Glielo avevo detto, Maestà, di non fare mosse imprudenti; lei non ascolta mai gli umili consigli dei suoi sudditi.

- Poche parole, Quoti. - rispose irato l'Emiro pieno di rabbia e di umiliazione - Se non sarò uscito di qui prima del tramonto vi farò squartare tutti! Giuro che le vostre carni arrosseranno il deserto e le vostre famiglie gemeranno di morte se non vi sbrigherete. 

I soldati, udito questo, presero a scavare il più veloce possibile e per ore ed ore essi furono assolutamente encomiabili nel loro sforzo. Al cadere del sole l'Emiro si accorse che gli scavi erano cessati.

- Che vi prende? - tuonò ancora Kamir - Vi manca poco a liberarmi, siete stati alacri ed infaticabili e sarete premiati per questo.

Gli rispose il Ciambellano Quoti: - Il dolore vela i nostri cuori a te cosi fedeli. Tuttavia la nostra vita ci è più cara di ogni altra cosa. Purtroppo il sole è ormai calato e tu sei ancora imprigionato: Emiro, se noi ti liberiamo tu certo poi ci farai torturare e uccidere, e con noi le nostre famiglie.

- Ma vi state prendendo gioco di me? - esclamò Kamir che quasi non si ricordava più delle sue terribili minacce - Liberatemi e sarete ricoperti d'oro.

- Emiro, io ti conosco bene, appena tornato a corte ci faresti squartare senza pietà.

- Ma vi giuro sul mio onore…

- Kamir, proprio a me giuri! Mille volte insieme abbiamo infranto giuramenti e promesse solenni e del nostro onore si è persa la memoria. Addio, Emiro.

E Kamir Ben Yassur udì impotente i suoi soldati che si rimettevano a lavorare al chiarore fioco delle torce, questa volta però per seppellirlo vivo riportando nella caverna tutti quei macigni e quella terra che vi avevano in precedenza tolto. Infine, a notte fonda, dopo lacrimosi saluti, colmarono anche il pertugio di comunicazione in modo che il loro sovrano non potesse chiedere aiuto a qualche improbabile viaggiatore.

Avvolto nella più completa oscurità, non potendo tornare indietro, l'Emiro si accinse ad esplorare il resto della caverna. Con un sorriso strano, beffardo degli uomini e degli dei, egli si incamminò per incontrare la grande aquila reale. Non vide mai più la luce.

 


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