ALBA A CHINDE          mappa del sito

 

Conobbi il Conte al Casinò di Montecarlo una tranquilla sera d'agosto.

Al Conte non dispiaceva mescolarsi alla folla, però giocava in una delle salette riservate, dove solo pochi eletti avevano accesso e l'atmosfera era quasi rarefatta con camerieri silenziosi ed ogni tanto mormorii e gemiti sommessi di insoddisfazione.

Era un uomo di straordinaria eleganza, finissimo nei modi e sempre pronto alla battuta arguta, con un viso magro e pallido nel quale spiccavano due occhi vispi e mobilissimi. Ma la cosa che più colpiva in lui era l’infinita vitalità, la voglia di fare ogni cosa in fretta con la paura quasi di non riuscire a gustare tutti i piaceri della vita nel breve corso di una esistenza. Perdeva con disinvoltura cifre enormi alla roulette mantenendo sempre un sorriso teso, quasi forzato; quando vinceva invece rideva con gusto o sorseggiava soddisfatto una coppa di champagne stringendosi vicino una delle ragazze bionde che lo circondavano.

In quei momenti sembrava proprio l'immagine in terra della perdizione ma poi si irrigidiva e gettava uno sguardo triste in giro, quasi a volersi giustificare, a dire che non era quello che lui desiderava ma che non poteva fare altro.

 

Parlammo un po' e gli rimasi così simpatico che mi invitò ad andare a folleggiare con lui. Senza pensarci neanche un attimo, accettai.

Il Conte sorrise in modo strano e il suo sguardo mi lasciò e si perse a fissare un punto indeterminato del tavolo verde. Rimase così qualche secondo, quasi a riflettere, a commentare tra sé e sé il mio entusiasmo a seguirlo.

Ci rimasi un po' male; perplesso, non riuscivo a capire se egli avesse davvero desiderato la mia compagnia o se la sua offerta obbedisse soltanto ad un copione liso ormai venutogli a noia. Ma fu solo un istante, poi il Conte mi prese per un braccio e scoppiò a ridere iniziando a trascinarmi giù per le gradinate del Casinò verso la sua macchina con l'autista ad aspettarci.

"La notte è giovane," continuava a ripetermi, "venga, carissimo".

L'aria tiepida della notte pareva averlo reso euforico e rideva sempre più spesso.

L'autista partì senza bisogno che gli si ordinasse niente e si diresse verso chissà quale meta.

Anch'egli era un tipo magro e pallido ma molto più alto del padrone e decisamente meno estroverso; aveva anzi un non so cosa di glaciale, di freddo che non capivo bene se era frutto del suo carattere o se gli derivava dalla sua professione di imperturbabile servo di quell'aristocratico signore. Comunque volava attraverso il traffico cittadino, rischiando molto di più di quanto sia permesso ad un autista e sottoponendoci ogni tanto a scosse e sobbalzi violenti.

Ma il Conte pareva non rendersene conto; era come caduto soprappensiero ed aveva smesso di ridere, anzi, non prestava nemmeno più molta attenzione alle mie domande e dava risposte vaghe ed elusive sulla nostra futura destinazione: "Vedrete," mi diceva, "fidatevi di me; questo viaggio ve lo ricorderete per tutta la vita."

  

Era circa l'una di notte quando, con mia somma sorpresa, giungemmo ad un aeroporto.

"La porto a vivere," mi disse il Conte,"non si preoccupi per le spese; offro io."

Poi aggiunse con tono più basso, quasi a giustificarsi, "ho bisogno di un po' di compagnia in queste mie folli corse intorno al mondo."

Lo ringraziai e promisi di sdebitarmi prima o poi. Lui ebbe uno scoppio di tosse; una tosse rauca e violenta che ogni tanto lo squassava tutto e tornava ad annidarsi nel suo petto per poi riesplodere d'improvviso quando ormai pensavi che fosse stata solo una cosa casuale ed unica, ed invece era qualcosa di cronico, un periodico e perenne lamento di una salute forse debole, certo strapazzata. La tosse si trasformò in una risata roca un po' forzata, quasi a minimizzare l'accaduto, e il Conte ripeté ancora di non preoccuparmi per le spese, che per lui non era nulla, che non me ne sarei pentito. Salimmo sul suo aereo personale che subito dopo sibilò via nella notte lasciandosi alle spalle le luci pacate di Montecarlo, si perse nelle nubi che ci avvolsero e parevano non finire più e le stelle e la luna stessa erano scomparse, inutile era cercarle aguzzando gli occhi oltre al finestrino. Un velo di tristezza si posò su di me; il Conte mi guardava come annuendo e forse pensava anche lui alle stelle. Lentamente mi addormentai.

 

Quando, qualche ora dopo, mi svegliai stavamo atterrando a Rio de Janeiro. Grazie ai miracoli dei fusi orari e alla sorprendente velocità dell'aereo erano appena le due della notte e nella metropoli brasiliana ferveva ancora la vita (riflettendoci adesso, avrei anche dovuto meravigliarmi della portentosa autonomia del velivolo).

"Venga;" mi disse il Conte, "conosco un posto dove ci sono delle donne favolose, che non riuscireste a trovare in nessun altro luogo al mondo."

Risi anch'io, eccitato dallo scoprirmi d’improvviso in un altro continente, solo in un paese a me sconosciuto con l’unica compagnia di un finissimo libertino, in quel prolungamento assurdo di una notte che sapevo ormai finita a Montecarlo dove il sole stava levandosi e per le strade vagavano soltanto gli spazzini, curvi sui loro strumenti di lavoro, che ogni tanto si interrompevano al passaggio di qualche macchina di nottambuli; spazzini che ti guardavano con gli occhi ancora velati dal sonno ma nei quali si poteva leggere chiarissimo un rimprovero, forse un rancore, quasi un disprezzo per chi girava ancora a quell'ora; uomini tristi che parevano essere posti lì per incarnare la mia cattiva coscienza e che io non potevo sopportare. Qui in Brasile invece, malgrado tutto, ero ancora in regola; le due non erano un’ora eccessiva, non offendevamo nessuno andandocene in giro guidati da quell'autista un po' pazzo, che però qui godeva di molti emulatori ed il viaggiare pareva una vera e propria corrida punteggiata dallo scoppiare improvviso dei claxon e dallo stridere dei freni. Il Conte stavolta pareva rendersi conto di tutto ciò ma sorrideva divertito, non invitava l'autista a rallentare, anzi sono sicuro che se avesse parlato avrebbe ordinato di accelerare, che eravamo in ritardo. Ma il mio amico non disse niente e tutto continuò per un pezzo mentre ci inoltravamo attraverso splendidi quartieri residenziali.

 

Donna Claudia ricevette il Conte con tutti gli onori. Era una donna di gran classe, le si leggeva negli occhi un passato turbolento ma la sua vita si era ormai stabilizzata su dei comodi binari e lei dirigeva con fare manageriale la sua non troppo legale attività.

"Lei è sempre più giovane, Conte, era un pezzo che non si faceva più vedere."

Il suo tono era rispettoso ma nello stesso tempo denotava una certa confidenza, come se fosse una vita che conosceva il mio amico, o forse era il tono che Donna Claudia usava con tutti e la prossima volta che sarei capitato lì, chissà quando, mi avrebbe parlato cosi, guardandomi con quegli occhi scintillanti che non si erano rovinati né spenti col passare del tempo. Il mio compagno chiedeva della "Rosita", se era libera.

"Per lei è sempre libera, signor Conte, la vado a chiamare."

Restammo soli in quel salone stile Liberty, dai grandi specchi ed il mio amico mi parlava della Rosita e mi consigliava su chi avrei dovuto scegliere e rideva soddisfatto; anch’io ridevo, mi guardavo attorno e trovavo quella stanza uguale a tante altre che avevo visto a Montecarlo, a Parigi, a Milano e mi pareva assurdo di trovarmi in Brasile ad aspettare la Rosita e le sue amiche.

 

Quando uscimmo trovammo l’autista ad attenderci ed anche stavolta il Conte non gli disse niente e lui partì sicuro inoltrandosi presto in un ammasso di casupole e baracche di legno maleodoranti, nel bel mezzo di una favela; il Conte insistette per entrare in una specie di spelonca dove si vendeva un liquore fortissimo che bruciava a lungo nello stomaco e tutto intorno era un barcollare di ubriachi, un accendersi di risse e di imprecazioni. Ci sedemmo ad un tavolo e parlammo a lungo.

"Mi chiederai perché ti ho portato in questo posto." Diceva il mio amico ed io in effetti me lo domandavo, mentre un po' inquieto mi guardavo attorno e mi sentivo quasi perduto in mezzo a quelle facce da galera, a quei coloriti scuri, agli sguardi strani che mi dedicavano. Il Conte sorrideva. "Vedi; ognuno di noi frequenta un mondo, il proprio mondo, e più l’ambiente in cui vive è elevato meno si rende conto che esistono tanti altri modi di vivere, tanti altri livelli; noi che abitiamo in confortevoli appartamenti o in splendide ville non riusciamo a renderci conto che tantissimi vivono a pochi passi da noi in tuguri cadenti, in decrepite baracche e che quello che per noi a normale ed ovvio, come ad esempio l’acqua corrente, per altri è un sogno. Non dobbiamo mai dimenticare che noi siamo un'élite, siamo un'eccezione rispetto alla massa; perciò amo questi luoghi, mi servono a ricordare, mi servono," e sorrise maligno, "a gustare ancora di più la mia posizione." Bevve un sorso, poi serrò le labbra in una smorfia per buttarlo giù, stette un istante in silenzio e mi guardò sconsolato. "Eppure... eppure tutte queste facce del mondo riconducono ognuna all'unità, malgrado ogni sforzo si faccia per differenziarci tutto ci riporta all'essenza dell'uomo, uguale ovunque ed ovunque..." e qui si interruppe come a cercare una parola, un aggettivo che esprimesse putrescenza ma nello stesso tempo speranza di riscatto, che manifestasse disprezzo e compassione, che spiegasse il suo dissociarsi da tutto ciò e nel medesimo momento il suo sentirsene attratto. Ma non esiste una parola così, dunque il Conte stette zitto e si limito a sospirare.

"Profondo." Feci io e poi, trattenendo il respiro, buttai giù un po’ di quel liquido indefinibile.

 

Ci precipitammo fuori di corsa e di nuovo volammo verso l’aeroporto mentre il mio amico mi spiegava di una festa a Los Angeles alla quale non poteva mancare. Di nuovo rincorremmo le ore e giungemmo a un party che scoccavano le tre della tiepida notte americana. Un’orchestrina suonava ritmi allegri, camerieri impeccabili si aggiravano con fare professionale tra registi ed attrici ubriache, tra splendide ragazze californiane e fascinosi uomini d’affari ed era tutto un barcollare ed un rincorrersi si risata, ed ogni tanto qualcuno cadeva tutto vestito nella grande piscina a forma di cuore ed i bagnini lo andavano a ripescare maledicendolo sotto voce. Il Conte passava da un crocchio all'altro e veniva ovunque salutato calorosamente e tutti gli si facevano intorno e lo chiamavano "vecchio mio" con grandi manate sulle spalle. Io mi tenevo in disparte un po' intimidito da quella gente famosa che riconoscevo, un po' frastornato dall'essere lì in America con la luna mentre su Montecarlo splendeva il sole e la gente passeggiava per le strade. Il Conte forse se ne accorse e mi si avvicinò: "Amico mio, a me non interessa ma se lei vuole..." e mi indicò un gruppo folto di persone, "stanno distribuendo della cocaina". Sorrideva con un vago senso di soddisfazione; disapprovava ma nello stesso tempo ne aveva piacere.

"Conte," risposi, "neanche a me interessa; educazione e buon senso me lo impediscono ma mi pare strano che quella polverina bianca non attiri neanche un po' una persona libertina e gaudente come lei."

"La mia vita," fece, tornando d’improvviso serio "anzi; la nostra vita può finire da un momento all'altro. E' stupido stordirsi con droghe o liquori e perdere cosi la capacità di gustarne ogni momento."

"Capisco." Feci io e lui scosse la testa guardandomi un istante con i suoi occhi tristi che poi scivolarono via, lontano; e tutto stava a significare che invece non avevo capito niente ma che lui più di così non poteva dirmi, che c'era qualcos'altro dentro che lo rodeva, che lo faceva fuggire da un capo all’altro del mondo, forse una donna, un rimorso od una terribile malattia, e probabilmente così si poteva spiegare quel suo incarnato pallido, quel suo ridere e tuttavia non essere mai allegro, quella sua ansia di rincorrere quello che per lui era il momento più intenso della vita, la notte, con le sue luci ed i suoi segreti e la possibilità di nascondersi, chiudere gli occhi e sparire nel buio.

"Eppure, Conte, lei di liquori ne beve abbastanza!"

Lui rise a piena gola ed alzò le spalle, il suo sguardo corse all’orologio. "Che vuol farci, amico mio. La teoria é una cosa, quel che si fa é un'altra. Andiamo, la notte è giovane, dobbiamo correre all'aereo o l'alba ci raggiungerà."

 

 

Il Conte mi fece visitare le case chiuse di Rangoon con le loro ragazze-nane, i localini tipici di Atene ed Algeri, i bar galleggianti di legno putrido sul Rio delle Amazzoni a Manaus, le proibite cacce notturne vicino a Nairobi, mi fece conoscere le ballerine classiche di un noto teatro di Mosca e le spogliarelliste di Barcellona, mi fece partecipare alle pazze corse nelle tenebre del deserto australiano, ad una rissa a Calcutta con indiani dagli strani coltelli, mi introdusse di nascosto in un harem di Baghdad e mi lasciò per scommessa a vagare per un'ora per le vie buie di Buenos Aires senza pantaloni. Dormivamo in aereo e continuavamo a girare il mondo, di notte in notte, sempre fuggendo il giorno. Capii così il perché del pallore del viso del Conte e di quello del suo autista, volti che non ricevevano la carezza del sole da settimane, da mesi, forse da anni. E c'era qualcosa di terribile, di fanatico in questo vagare senza sosta del Conte, nel non avere un focolare o nell'averlo scordato. "La mia casa è il mondo." Ripeteva. "La notte è giovane". E invece non era giovane, quella notte, era vecchia, decrepita ormai, anzi, peggio: ormai lo avevo capito, sarebbe stata una notte eterna, il Conte non si sarebbe fermato mai, avrebbe continuato fino all’ultimo a girare, a fuggire da non si sa che cosa, a distruggersi e, se restavo con lui, a distruggere anche me. Così un giorno, anzi una notte, gli chiesi di riportarmi a Montecarlo, che mi ero divertito moltissimo ma che lo avrei dovuto lasciare, che volevo tornare a casa. Lui, contrariamente a quello che pensavo, non si arrabbiò, pareva anzi che ormai se lo aspettasse da un momento all’altro, che quasi si stesse meravigliando della mia resistenza. Mi domandò di pazientare un momento, ancora un’ennesima follia, un’ultima notte, una tappa finale e poi saremmo ritornati al Principato.

 

La luna brillava alta sulle paludi del delta dello Zambesi quando atterrammo a Chinde, una malsana cittadina del Mozambico. Mi chiedevo, scendendo dall'aereo, cosa avesse spinto il Conte a portarmi qui, quali esotici piaceri si nascondessero dietro quell’ammasso di baracche e casupole un po’ spettrali, sulle quali sembrava aleggiare l’ombra della malaria e della malinconia. Le vie che percorrevamo erano deserte, come se la città fosse stata abbandonata, anche se dalle case ci giungevano spesso rumori e grida in portoghese ed in altre lingue tribali ed antiche.

Stavolta andavamo a piedi ed il Conte camminava deciso e silenzioso qualche passo avanti a me; spirava un vento caldo, soffocante che neppure il fresco della notte riusciva a combattere, e l’aria era strana, carica di elettricità, pronta a crepitarti tra le mani se le strofinavi contro gli abiti. Si stava preparando una tempesta elettrica e qualche lampo già si scorgeva all’orizzonte, lontano sul mare. Lasciammo alle spalle le ultime case ed arrivammo su una spiaggia. Sotto ai nostri piedi scricchiolava una sabbia finissima e bianca; avanzando sollevavamo piccole nuvolette candide che restavano sospese un po’ prima di tornare a posarsi. Cominciavo a preoccuparmi, affrettai il passo e raggiunsi il Conte.

"Cosa ha intenzione di farmi vedere qui, in questa landa desolata, amico mio? Cosa c’é su questa spiaggia; una festa tribale, dei riti di magia nera, o cos’altro?"

"Non ti basta questo mare?"

Le onde dell’oceano Indiano sospinte da quel vento forte si increspavano e si imbiancavano inciampando nella risacca e poi si spandevano con maestosa lentezza sulla spiaggia e venivano pian piano assorbite dalla sabbia soffice. A parte i candidi spruzzi, il mare appariva nero come l'inchiostro e inquietante come tutte le acque notturne. I cavalloni mandavano un rumore monotono ma tranquillo; da dietro una scogliera però, lontani, portati dal vento, venivano ruggiti e fragori. Il mio amico si stava appunto dirigendo in quella direzione, verso quelle rocce sperdute, battute dai flutti.

"Mi dispiace che mi lasci; è stato un ottimo compagno di viaggio, mi ricorderò a lungo di lei."

"Ah," feci io, rincuorato a sentire il Conte parlare, "sono giorni che ricorderò per sempre, questo correre attorno al mondo, la notte che non finisce mai, l’aereo, l’autista... Non ci crederanno in molti." Ridevo e gongolavo ripensando a tutto quello che mi era capitato. Il Conte sorrideva. "E’ bello questo posto," continuai; erano scomparse anche le ultime luci della cittadina, la spiaggia terminava in un’oscura foresta di piante tropicali, davanti a noi la massa nera dei grandi scogli si avvicinava sempre di più.

"E’ un paese strano il Mozambico," sospirò il Conte, "e il suo popolo coltiva leggende antiche e terribili. Una volta passai molte ore ad ascoltare un vecchio cantore; eravamo in un villaggio un po’ più a sud, dove lo Zambesi si inabissa nell’oceano. Era una festa tribale, per festeggiare il passaggio di stagione, e mentre gli altri ballavano e tutto intorno risuonavano i tamburi, il vecchio iniziò a parlare lentamente di fronte ad un fuoco crepitante; le sue parole erano una specie di nenia che si fondeva col ritmo martellante e monotono dei tamtam, gli occhi brillavano tra la pelle grinzosa del viso e strani brividi facevano trasalire le persone che lo ascoltavano. Raccontava, tra le altre cose, di questa baia dove stiamo andando. Si dice che in fondo al mare, nelle grotte sottomarine, vivano ancora i malefici guerrieri Tshai, che uccisero e devastarono questa regione sino a quando i giovani del paese, guidati dall’intrepido Dugai, non dettero loro battaglia e li strinsero su queste scogliere fino a che, uno dopo l’altro, tutti gli invasori non furono precipitati nelle acque spumeggianti della baia. Quel giorno lontano i flutti si tinsero di rosso ma alcuni guerrieri Tshai sopravvissero; vivono nelle grotte sottomarine della scogliera ed ogni tanto tornano in superficie e qualche pescatore scompare per sempre. Nessuno si tuffa in questa baia ma, a dire il vero, io credo che sia perché ci sono delle fortissime correnti."

Il Conte tacque un istante ed io, guardandomi attorno, mi sentii molto meno tranquillo. Il vento spirava più forte ed il suono delle onde infrante tra le rocce si faceva sempre più terribile. I lampi si stendevano numerosi nel nero del cielo e si andavano avvicinando. Il mio amico continuò:

"poi il vecchio mi disse di tante altre storie: degli uomini-ghepardo, dalle unghie formidabili, che corrono velocissimi nella jungla e sbranano i piccoli degli uomini che nella notte si allontanano dai villaggi. E poi mi raccontò della grazia che il Signore concesse al Demonio..." si interruppe un attimo per guardare dove metteva i piedi; la luna illuminava davanti a noi uno scosceso sentiero che si inerpicava sulle rocce. Io non avevo alcuna intenzione di visitare la Baia degli Uomini-Pesce Tshai ma il Conte iniziò ad arrampicarsi deciso e non mi restò altro che seguirlo.

 

La salita era faticosa e disagevole; il vento, sempre più forte, soffiava in faccia e negli occhi sottili granelli di sabbia. Ogni tanto camminando provocavamo piccole frane e cadute di ciottoli e gli arbusti ai quali ci si aggrappava spesso si rilevavano irti di piccole spine pungenti. Il Conte proseguiva davanti a me in silenzio, senza voltarsi mai, camminava eretto lungo il sentiero, movendosi con leggerezza, io ansimavo dietro, quasi carponi, maledicendo il vento e l’oscurità e non riuscivo a vedere la fine dell’ascesa.

Infine il Conte si bloccò e rimase fermo ed immobile, torreggiante sopra di me; lo raggiunsi e dovetti chiudere gli occhi per un istante accecato dal vento. Quando li riaprii mi resi conto che eravamo arrivati. Il mio compagno parlava con voce pacata e calma mentre sotto di noi, ad una decina di metri, terribili ondate si schiantavano sulle lisce pareti della scogliera. Eravamo proprio sulla cresta delle rocce; lontane, tremendamente lontane, affioravano nella notte le luci fioche di Chinde, ogni tanto un lampo illuminava la spiaggia per qualche istante, il Conte continuava a parlare.

"Le stavo dicendo degli uomini che vivono nelle paludi del delta dello Zambesi che talvolta..."

"Mi scusi, amico mio, ma prima aveva accennato alla grazia che Nostro Signore concesse al Demonio..."

"E’ vero." Fece lui e per un istante tacque. Un fulmine illuminò di una luce elettrica e fredda il ribollire delle acque sotto di noi. "E' bello qui quando c’é tempesta; é una delle più pure espressioni della forza della natura. Capito da queste parti spesso, soprattutto quando sono triste, ed ho voluto che lei vedesse questo spettacolo prima di lasciarmi..." annuii con la testa: in effetti quel luogo era terribilmente affascinante. Il Conte riprese a parlare:

"il vecchio mi diceva che secondo lui non é possibile che un Dio misericordioso come il nostro abbia condannato senza speranza Satana ed i suoi sudditi a vivere in eterno nelle tetre caverne dell’inferno e dunque Egli ha concesso loro una speranza, un fine alla loro esistenza: a prezzo di migliaia di anni di moderazione, umiltà e pentimenti i diavoli possono guadagnare il diritto a trascorrere una notte sulla terra al cospetto delle meraviglie della creazione salvo poi riprecipitare all’alba nel baratro degli inferi. Questo mi raccontava il vecchio; mi ha anche accennato al famoso diavolo Temitle che gia due volte si è guadagnato il chiarore della luna e del dramma del Signore delle Tenebre, Satana, che sino ad ora si e sempre rifiutato di usufruire di questa grazia dell’Altissimo… Ma tante altre cose mi ha raccontato poi quel cantore; le stavo dicendo degli Uomini di Fango del delta dello Zambesi..."

In quel momento il vento si placò per un istante; alzai gli occhi verso il cielo e vidi nascere un lampo e precipitarsi a velocità inarrivabile verso di noi. Poi la terra parve sgretolarsi sotto ai miei piedi mentre tutto intorno era luce bianca e violenta. Miracolosamente illeso, caddi sentendo l’aria sfrecciarmi sul viso ed il rombo delle onde farsi sempre più forte. Infine l'acqua mi schiaffeggiò violenta, mi sommerse e mi riscaraventò poi verso l’alto, verso la scogliera. Con istinto improvviso cercai di voltarmi verso le rocce, protesi in avanti gambe e braccia, mi feci solido ed elastico. Il colpo fu terribile, come morire e poi risorgere; mi rapì il riflusso ed in un istante fui a venti metri dagli scogli, di nuovo le onde mi sommersero ed io lottai disperato in cerca di aria. Mi sentii afferrare da una mano forte e d'un lampo ricordai gli Uomini Pesce della baia, i fantasmi dei guerrieri Tshai, poi più nulla.

 

Aprii gli occhi; sollevai le palpebre con enorme fatica come fossero di pietra ma le tenebre non si diradarono. Sopra di me si sporgeva una figura scura d'uomo. Pian piano mi abituai alla scarsa luce ed a poco a poco mi sollevai sui gomiti. L'altro sorrise.

"Temevo non riuscisse più a svegliarsi, carissimo. E’ stato un lungo bagno."

Allora ricordai tutto e mi resi conto di trovarmi su una spiaggia, una lunghissima spiaggia tropicale; le onde si adagiavano placide sulla sabbia trasportate da un venticello leggero, dietro a noi una serie di macchie scure, una lunga distesa di palme.

"Dove siamo, Conte?"

Lui sospirò ed allargò le braccia rassegnato.

"Non ne ho la minima idea; la corrente ci ha trasportati per ore ed ore stanotte."

Aveva la faccia tiratissima e gli occhi lucidi come se sino a poco prima avesse pianto. Mai come allora mi era parso così debole e fragile e pallido, però c'era qualcosa di diverso ora in lui: sorrideva stanco ma infine sereno, come se si fosse tolto un gran peso.

Un uccello marino fece risuonare il suo verso sopra di noi. Mi alzai e andai sino in riva al mare: laggiù sull'orizzonte iniziava a diffondersi un lieve chiarore. Sorrisi; finalmente la luce. Poi pensai all’uomo che si trovava alle mie spalle e fui colto da un'indicibile tristezza.

"Lei mi ha salvato la vita, Conte. Si è tuffato per soccorrermi sapendo che ciò lo avrebbe perduto per sempre."

L'altro non parve accorgersi delle mie parole e per un po’ non rispose. Poi parlò con quella sua voce calma e pacata.

"E’ stata una lunga notte, amico mio. Una splendida notte ed ora siamo qui ad aspettare l'alba. Osservi come l’aria si e fatta più tersa, come il mare si rischiari così: a poco a poco. Adesso il sole si affaccerà sull’orizzonte e lancerà i suoi raggi dorati tutto intorno. E’ splendida l’alba: é lo spettacolo più bello per chi è condannato a vivere nelle tenebre."

Poi il Conte tacque ed il sole sorse mentre gli uccelli intorno lo salutavano col loro canto. Aspettai sino a quando tutto il disco di fuoco non si fu sollevato dalle acque, poi mi voltai lentamente ma sapevo che tanto sarebbe stato inutile. L’immensa spiaggia era deserta, senza traccia di anima viva. La lunga notte, che il mio compagno aveva cercato di moltiplicare per sempre, era finita. Forse, tra qualche migliaio di anni, avrebbe avuto un'altra occasione.

Mi sedetti a guardare il mare cercando di riabituare pian piano gli occhi alla luce del sole.

 


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